Nyangana, Hwange, Ondjiva, Malanje, Lupane, Edenvale, Francistown
per molti sono solo nomi di luoghi sconosciuti, segni su una cartina da
andare a scoprire in rete. Nella realtà sono cittàdine disseminate
nell’Africa australe che accolgono altrettante missioni umanitarie
cattoliche e non. Sono posti di incontro tra diverse culture e modi di
vivere la religione. Luoghi dove si fondono, in perfetta armonia, lo
spirito africano che vede sacralità in ogni aspetto della vita e quello
cattolico più liturgico. Sono i posti in cui vescovi di 70nni come Alberto Serrano, vescovo di Hwange in Angola,
guidano lunghissime processioni accompagante da balli e canti locali.
E’ dove sono arrivati sacerdoti indù convertitisi al cattolicesimo,
padre J, per fare i missionari e dove suor Clara, in Africa da più di 50nni, vuole morire, Lupane.
E’ dove la vita è dura nel vero senso della parola. Ma sono anche
luoghi in cui la speranza non ha lasciato il passo alla disperazione,
dove si lotta, dove uno spirito sacro permea l’aria, accompagna le
giornate, fa sorridere gli occhi nonostante tutto. Una spiritualità che
fa correre i bambini a piedi nudi inseguendo un pallone, li fa studiare
anche se ciechi, li fa faticare per abbeverarsi ad un pozzo. La medesima
spiritualità trasmette serenità agli occhi della mamma di un bambino
ustionatosi con dell’acqua bollente, ricoverato all’ospedale Saint
Patrick di Hwange, e pone la giusta pazianza in chi percorre centinaia
di chilometri per poi aspettare ore per essere visitato nel solo
ospedale disponibile, come il caso di Nyangana. E’ uno
spirito che permea l’aria non solo nei luoghi di culto ma ovunque ci sia
vita. E’ anche una sacralità che stride con i problemi di violaneza
ancora viva sul territorio. Ma è una lotta alla pari. Neanche la
brutalità della guerra, le razzie e i rapimenti sono riusciti a piegare
la fede africana che non è solo fede in un Dio ma fede nella vita.